Giuditta e Oloferne
Dipinto ad olio su tela di cm 145 x 195, datato 1599 esposto alla Galleria Nazionale d'Arte Antica - Palazzo BarberiniIl dipinto presenta l’episodio biblico nel quale Giuditta, una vedova ebrea, che dopo aver dedotto Oloferne, generale assiro, lo uccide decapitandolo. I soldati dell'esercito assiro, inorriditi dall’evento e senza una guida liberarono dall'occupazione la città di Betuglia.
Caravaggio venne incaricato dal finanziere romano Ottavio Costa di realizzare il dipinto per la propria residenza privata.
Il ruolo di Giuditta viene ricoperto da Fillide Melandroni di Siena, una delle amiche e amanti dell'artista nonché cortigiana di alto borgo, la quale aveva rapporti con i fratelli Tommasoni (protettori di prostitute e gestori della prostituzione a Roma), in particolare con Ranuccio, che Caravaggio ucciderà nel 1606 a seguito di una lite dovuta principalmente per motivi politici tra i gruppi filo spagnoli e filo francesi.
La scelta cadde sulla Melandroni, una donna di strada che rassomigliava e rappresentava la quotidianità della vita, in quanto Caravaggio voleva dipingere il “reale”, in netto contrasto con lo stile accademico, dove invece la pittura e il disegno fungevano da filtro.
Michelangelo dipinge un fondo scuro con un drappo rosso, in tal modo, non oscura il luogo dell'efferato assassinio, avvertendo che l’uccisione può essere eseguita in qualsiasi momento ed in qualsiasi luogo.
Giuditta, bellissima, viene raffigurata nell’atto di mozzare la testa di Oloferne, presenta un abbigliamento tipico dell’epoca dell’artista, Caravaggio tenta quindi di attualizzare la scena, come in altri dipinti. Da notare i pendenti di perle vistosamente indossai, come voleva la moda del momento. La veste dell’assassina è di colore bianco e marroncino, si vedono le maniche risvoltate a rappresentare il gesto tipico di chi vuole evitare di sporcare le vesti. Lo sguardo di Giuditta è leggermente accigliato.
Alla sinistra di Giuditta, la serva, una vecchia, che con entrambe le mani regge il sacco nel quale verrà inserita la testa del generale assiro. Notiamo la cura con il quale l’artista ha dipinto il viso rugoso e lo sguardo attento e stupito.
Si vede Oloferne nudo sotto le lenzuola, il corpo in tensione ed il braccio destro che solleva a 45 gradi il busto donano plasticità e movimento al personaggio. Lo sguardo è sofferente e al contempo stupito, gli occhi sono rivolti verso la carnefice e la bocca è spalancata mentre il coltello affonda nella sua gola dalla quale stilla il sangue che macchia il cuscino.
Giuditta e Oloferne rappresenta la conclusione di un ciclo per l’artista, Maria Cristina Terzaghi ha sottolineato in suo recente lavoro [1], come l’opera sia la conclusione della fase della pittura storica, che ha contraddistinto soprattutto la fase giovanile. E come, da un punto di vista stilistico, lo sfondo scuro diventi, insieme alla forza delle ombre, un elemento sempre più preponderante
Il motivo della testa mozzata non è un elemento nuovo nei dipinti, Davide con la testa di Golia, la Decapitazione di San Giovanni Battista sono altre due opere nelle quali il tema della decapitazione funge da elemento centrale. La motivazione è da ricercare non solo nella tematica della storia della raffigurazione, ma anche nel vissuto di Michelangelo.
Egli sembra essere conscio della precarietà della sua vita, perché mai non considerò, ad esempio, la scelta di mettere su famiglia e di avere un figlio ? Egli forse era consapevole che avrebbe avuto una vita breve ma intensa.
Il saggista polacco Gustaw Herling-Grudziński [2], che lo definisce come un pittore in continua lotta fra la luce e l’ombra, sottolinea nel suo volume come Caravaggio sentisse sempre vicina la morte. La luce e l’ombra, quest’ultima si riflette anche nel suo stato d’animo, costantemente angosciato e che diviene sempre più esasperato con il passare degli anni, e che certamente avrà un peso nella sua pittura fino alla condanna a morte da parte del Pontefice dopo l’uccisione Ranuccio Tommasoni.
1Maria Cristina Terzaghi è docente di Storia dell’Arte Moderna presso l'Università degli Studi di Roma Tre ha pubblicato Caravaggio, Annibale Carracci, Guido Reni tra le ricevute del banco Herrera & Costa, Roma, 2007.
2Le perle di Vermeer, Gustaw Herling, Roma, Fazi Editore, 1997.





